Che cosa chiede Trump all’Italia su gas e Ucraina (tramite l’ambasciatore Eisenberg)

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Ecco cosa si è detto durante un incontro organizzato dall’Aspen Institute Italia con l’ambasciatore americano in Italia, Lewis M. Eisenberg. Conversazione con Roberto Menotti, senior advisor per le attività internazionali all’Aspen Institute Italia, esperto di Stati Uniti e direttore di Aspenia online. 

L’altro ieri, in un incontro organizzato dall’Aspen Institute, l’ambasciatore americano in Italia, Lewis M. Eisenberg, ha offerto tre importanti e attualissime sollecitazioni al nostro Paese. Ci ha esortato anzitutto a diversificare il nostro approvvigionamento energetico, emancipandoci dai condizionamenti dell’export russo e approfittando dell’opportunità offerta dal gas naturale liquefatto statunitense, che il governo Usa mette a disposizione dell’Europa e dell’Italia come alternativa strategica. Ci ha sollecitato poi a mantenere alta la guardia sul fronte delle minacce cibernetiche, ricordando la proficua collaborazione in questo senso tra autorità italiane e americane. E ha sottolineato infine l’inopportunità di un alleggerimento delle sanzioni alla Russia, tentazione sempre presente in un continente in cui non tutti vedono allo stesso modo l’aggressività di Mosca e hanno idee diverse sulle relazioni da nutrire con il governo di Vladimir Putin.

Di tutto questo Start Magazine ha parlato con Roberto Menotti, senior advisor per le attività internazionali all’Aspen Institute Italia e direttore di Aspenia online.

In merito alla questione degli approvvigionamenti energetici, e dell’auspicio degli Usa di un maggiore interesse del nostro Paese verso il gas americano, è fattibile l’opzione dal punto di vista tecnico? La risposta è positiva, per l’esponente dell’Aspen, anche alla luce del fatto che il nostro esecutivo “ha ben presente la questione, così come era ben presente ai suoi predecessori. Non è una questione nuova e anche dal punto di vista tecnico si sono fatte delle ipotesi in passato”.

C’è un problema, però, che riguarda il prezzo. “Finora”, argomenta Menotti, “sono stati gli Stati Uniti ad avere problemi politici nell’esportare verso l’Europa il loro gas naturale. Il prezzo proposto all’Europa è infatti superiore a quello proposto ai Paesi asiatici”.

Non ci sono problemi dunque di fattibilità tecnica, semmai di ordine politico. “In realtà”, precisa Menotti, “incrementare i flussi di export dagli Stati Uniti sarebbe possibile se ci fosse un accordo quadro tra America e Italia. Se ci fosse, si potrebbe in tempi ragionevoli avviare uno scambio con gli Usa”.

Ma c’è un altro nodo intravisto da Menotti, e si chiama Tap: “L’Italia ha infatti investito su un’altra strada, quella del Tap, che ha visto investimenti molto consistenti da parte nostra. Quindi, spostare l’import per noi significa in qualche modo svalutare il senso di quell’investimento”.

E i rapporti con la Russia, ai quali il nostro governo tiene particolarmente, non sarebbero compromessi da eventuali scelte energetiche pro America? “Questo governo, come i suoi predecessori, ha un problema di equilibrio nei rapporti energetici sia con la Russia che con gli Stati Uniti. Questo è stato fatto notare dall’ambasciatore Eisenberg e anche dagli inviati precedenti. Non credo però”, osserva Menotti, “che il problema specifico sia il rapporto già consolidato con la Russia. La diversificazione è una scelta sovrana. L’Italia come qualunque altro Paese può diversificare quanto vuole, e la Russia non può impedirci di farlo. La questione è piuttosto”, secondo l’esponente dell’Aspen, “dei tempi necessari per spostare i flussi del nostro import energetico. Come in molti altri settori, siamo di fronte a una scelta di sistema, strategica. Ci vorrebbe un ragionamento nazionale più complesso, che probabilmente è stato avviato, ma che richiederà del tempo”.

Il secondo punto toccato dall’ambasciatore Eisenberg nel suo discorso all’Aspen Institute riguarda il fronte della cybersicurezza e le minacce che provengono da attori come Russia, Cina e Corea del Nord. L’ambasciatore ha ricordato come a Roma siano arrivati da poco due procuratori sulla cibernetica del Dipartimento americano della Giustizia (che si) stanno scambiando informazioni con rappresentanti dell’Italia sulle tecniche di attribuzione e su come perseguire individui sostenuti dai” regimi in questione.

È una materia scottante che contempla più dimensioni. Quella più chiacchierata, da due anni a questa parte, riguarda le incursioni nel web da parte di attori russi interessati a influenzare le opinioni pubbliche e condizionare l’esito del voto democratico, Giusto un anno fa, l’ex vicepresidente Usa Joe Biden denunciò le presunte interferenze russe nel dibattito sul referendum costituzionale voluto da Matteo Renzi e clamorosamente fallito. Si parlò, allora, di una manina russa.

Sono stati raccolti ulteriori elementi a suffragio di tale ipotesi? E la Russia, alla luce del voto italiano del 4 marzo, non ha già di fatto ottenuto quel che auspicava?

“In questo mare magnum che è la cybersicurezza”, osserva Menotti, “è sempre difficile risalire con certezza alla fonte di un’azione informatica. Chiunque realizzi degli attacchi cyber o interferenze di qualsiasi tipo è certamente in grado di coprire le proprie tracce. Per definizione, se c’è un attacco cyber il primo requisito è proteggere la propria identità. Quindi è estremamente difficile dare per certo chi ha fatto cosa”.

Ok, ma in America danno per assodata la manina russa nelle presidenziali del 2016. Per Menotti “il dibattito americano sulle presunte interferenze russe nella campagna presidenziale del 2016 non è giunto ad alcuna conclusione. C’è un’inchiesta che va avanti da due anni e fa molta fatica a stabilire fatti certi”. Impossibile al momento dunque, secondo Menotti, attribuire a Putin o a chi per lui la campagna cibernetica del 2016 che vide in azione la fabbrica di troll di San Pietroburgo.

E l’Italia, com’è messa: sono fondate le accuse di Biden? “L’Italia”, risponde Menotti, “è in una situazione molto simile. I nostri servizi di intelligence e di sicurezza stanno facendo costanti monitoraggi su quello che fonti russe stanno facendo nei nostri sistemi. Non credo però ci siano prove conclamate che azioni del genere siano riconducibili al governo russo”.

Manca, insomma, la pistola fumante. In ogni caso, per Menotti la questione va affrontata su un piano più generale, quella della “più ampia influenza politica russa sul nostro processo democratico”. In un mondo in cui il web diventa sempre più centrale nella definizione dei contorni e dei contenuti del dibattito pubblico, è chiaro secondo Menotti che “ci possano essere attività da parte di organizzazioni non governative che mirano ad influenzare il voto. Ma questo in democrazia è inevitabile, non le chiamerei interferenze”.

Veniamo quindi al terzo e ultimo punto sollevato da Eisenberg: quello delle sanzioni alla Russia. Per l’ambasciatore, è “difficile giustificare l’alleggerimento delle sanzioni” verso Mosca finché non questa cambia atteggiamento e comportamenti nei riguardi dell’Ucraina. È un argomento che è tornato prepotentemente in primo piano lo scorso 25 novembre con l’incidente nello stretto di Kerch, che ha visto la marina russa sparare su e sequestrare tre navi militari ucraine con il relativo equipaggio con l’accusa di di essere entrati illegalmente in territorio russo. Un episodio che ha suscitato preoccupazione ed inquietudine in un’Europa che si accinge, tra qualche giorno, a votare sul rinnovo delle sanzioni.

L’Italia, date le posizioni filo-russe di alcuni esponenti di punta del governo, si smarcherà dai partner europei o se ci sarà alla fine un allineamento anche in nome dell’amicizia rinnovata e consolidata con Washington? “Io credo”, risponde l’esponente dell’Aspen Institute Italia, “che alla fine l’Italia si allineerà e non tanto per l’amicizia con Washington. Lo farà per la stessa situazione che sta influenzando la Germania. Sul problema russo-ucraino si dovrebbe guardare alla Germania come sintomo dell’atteggiamento dell’intera Europa occidentale. Noi siamo in grave difficoltà come europei rispetto al problema ucraino perché gli europei hanno molto scommesso sul rapporto con la Russia: lo ha fatto l’Italia, la Germania e anche l’America con Obama e in qualche modo anche con Trump. Non abbiamo ottenuto dal punto di vista del comportamento politico russo quello che avremmo sperato”.

Non è tutto; gli europei, osserva Menotti, hanno “ fatto anche un’altra scommessa, che riguarda l’aggancio occidentale con l’Ucraina. E anche qui abbiamo purtroppo fatto qualche errore: ci siamo mossi troppo in anticipo. L’Ucraina ci ha deluso: non dimentichiamo che noi europei abbiamo ripetutamente criticato il presidente ucraino Petro Poroshenko. Quindi”, conclude l’intervistato, “siamo di fronte a un dilemma: dobbiamo difendere la sovranità ucraina, ma anche fermare l’eccesso di ambizioni russe, e però sappiamo che ci sono grossi limiti nel nostro rapporto con l’Ucraina. Credo dunque che alla fine l’Italia si allineerà sulle sanzioni, non tanto per via del rapporto diretto con gli Usa quanto per un ragionamento complessivo che sta facendo l’Europa”.

Ma in merito ai fatti del 25 novembre, sappiamo che non tutti li hanno visti alla stessa maniera. C’è chi ha parlato di un incidente creato ad arte da Poroshenko per incrementare le possibilità di essere rieletto alle presidenziali che si terranno il prossimo marzo e chi pensa, invece, che la Russia stia preparando un’escalation. La posizione di Menotti a tal proposito è un’altra: “credo che ci sia stata una coincidenza di interessi tra Putin e Poroshenko nell’innalzare la tensione. Poroshenko ha infatti un problema di consenso interno e Putin, che non ha interesse a una vera escalation, ha interesse a brevi e intensi periodi di maggiore tensione perché è un opportunista che sfrutta molto bene le opportunità tattiche. Questa opportunità è stata fornita dal governo ucraino ma è stata sfruttata da quello russo. Possiamo a questo punto solo sperare”, conclude Menotti, “che la tensione si abbassi”.

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