KAHLIL GIBRAN – IL FOLLE. RACCONTI E PARABOLE [THE MADMAN]

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KAHLIL GIBRAN – IL FOLLE. RACCONTI E PARABOLE [THE MADMAN]
ACQUAVIVA – II ed 2005

TRADUZIONE E CURA: Giuseppe D’Ambrosio Angelillo

TESTO INGLESE A FRONTE

NOTA INTRODUTTIVA p. 5

[…]
Fu così che divenni folle.
E nella mia follia ho trovato libertà e salvezza: libertà dallasolitudine e salvezza dalla comprensione, perché quelli che ci comprendono asserviscono qualcosa in noi. (p. 9)

AMICO MIO p. 17

Amico mio, io sono quel che sembro. L’apparenza è solamente un abito che indosso – un abito intessuto di sollecitudine che protegge me dal tuo interrogare e te dalla mia noncuranza.
L’“io” che è in me, caro amico, abita nella casa del silenzio, e lì se ne starà sempre, inosservato, inaccessibile.
Non voglio tu creda a ciò che dico o presti fede a ciò che faccio – poiché le mie parole altro non sono che i tuoi stessi pensieri in suono e le mie azioni le tue speranze in atto. (p. 17)
[…]poiché tu non puoi udire i canti della mia oscurità né veder battere le mie ali contro le stelle – e io sono contento che tu non veda e non oda. Da solo intendo rimanere nella notte.
Quando tu ascendi al tuo Paradiso io discendo nel mio Inferno. (pp. 17-19)
E io amo troppo il mio Inferno per fartelo visitare. Da slo intendo rimanere nell’Inferno.
Tu ami Verità e Bellezza e Rettitudine; e io per amor tuo dico che è giusto e decoroso amare queste cose. Ma tr ame rido del tuo amore. E tuttavia non voglio che tu veda il mio sorriso. Da solo intendo ridere.
Amico mio, tu sei buono e prudente e saggio; anzi, sei perfetto – e io, anch’io parlo con te da uomo prudente e saggio. Eppure sono pazzo. Ma maschero la mia follia. Da solo intendo essere folle.
Amico mio, tu non sei mio amico, ma come farti comprendere? La mia strada non è la tua strada, eppure camminiamo insieme, mano nella mano. (p. 19)

LE SONNAMBULE p. 23

Nella città dove sono nato vivevano una madre e una figlia che camminavano nel sonno.
Una notte, mentre il silenzio avvolgeva la terra, le due donne, camminando ancora addormentate, s’incontrarono nel giardino velato di nebbia leggera.
E la madre parlò e disse: “Finalmente, nemica mia, finalmente! Tu che hai distrutto la mia giovinezza, tu che hai costruito la tua vita sulle rovine della mia! Potessi ucciderti!”.
E la figlia parlò e disse: “Donna odiosa, vecchia ed egoista! Tu che ti ergi fra me e la libertà! E vorresti che lamia vita fosse un’eco della tua esistenza sfiorita! Vorrei fossi morta!”.
In quell’istante cantò un gallo, ed entrambe le donne si svegliarono. Dolcemente la madre disse: “Sei tu, tesoro?”. E dolcemente rispose la figlia: “Sì, cara”. (p. 23)

I SETTE IO p. 33

Nell’ora più quieta della notte, mentre giacevano nel dormiveglia, i miei sette io si radunarono per conversare in sommerssi bisbigli:
Primo Ipo: Qui, in questo folle, io ho abitato tutti questi anni, con l’unico compito di rinnovare il suo dolore di giorno e ricreare la sua sofferenza di notte. Non posso tollerare oltre la mia sorte: io mi ribello.
Secondo Io: Il tuo destino è migliore del mio, fratello, perché a me spetta essere l’io gioioso di questo folle. Rido il suo riso e canto le sue ore felici, e con il piede tre volte alato danzo i suoi pensieri più luminosi. Sono io che mi rbello contro la mia tediosa esistenza.
Terzo Io: E di me allora, dominato da amore, stigma ardente di passione selvaggia e capricciosi desideri, cosa dire? Sono io, malato d’amore, che dovrei ribellamri contro questo folle.
Quarto Io: Tra tutti voi io sono il più infelice, perché nulla mi fu dato se non esecrabile odio e distruttivo rancore. Sono io, simile a tempesta, nato nelle nere caverne dell’Inferno, sono io che elevo protesta contro la schiavitù a questo folle.
Quinto Io: No, sono io, io che penso, io che immagino e fantastico, affamato e assetato, condannato a vagare senza sosta alla ricerca di cose sconosciute e di cose non ancora create; sono io che mi ribello, non voi.
Sesto Io: Quanto a me, sono colui che lavora, l’uomo di fatica che con mano paziente e occhi colmi di nostalgia modella i giorni in immagini e conferisce agli elementi informi nuove ed eterne forme – io, il solitario, sono io che mi ribello contro questo folle irrequieto.
Settimo Io: Com’è strano che ciascuno di voi si ribelli contro quest’uomo per il fatto che ognuno ha una sorte prestabilita. Ah! Potessi essere come voi, un io con un destino determinato! Ma non ne ho alcuno, sono l’uo inattivo, quello che siede nel muto e vuoto non-luogo e non-tempo, mentre voi siete indaffarati a ricreare la vita. Chi è che deve ribellarsi, amici, voi o io?
Quando il settimo Io ebbe così parlato, gli altri sei lo guardarono compassionevoli, senza ribattere; e mentre la notte si faceva profonda, uno dopo l’altro si coricarono avvolti in una sottomissione nuova e felice.
Ma il settimo Io rimase a fissare il nulla, che è al di là di tutte le cose. (pp. 33-37)

IL PIACERE NUOVO p. 53

Ieri sera ho inventato un nuovo piacere, e mentre lo sperimentavo per la prima volta sono accorsi a casa mia un angelo e un diavolo. Incontrandosi alla mia porta, si sono dati battaglia su quel piacere appena nato, l’uno gridando, “È una colpa!”, l’altro: “È una virtù!”. (p. 53)

LE DUE GABBIE p. 63

Nel giardino di mio padre ci sono due gabbie. Una racchiude un leone, catturato dai servi di mio padre nel deserto di Ninavah; nell’altra c’è un passero che non canta.
Ogni giorno all’alba il passero saluta il leone: “Buon giorno a te, frtello prigioniero”. (p. 63)

IL BECCHINO p. 69

Una volta, mentre seppellivo uno dei miei defunti, arrivò il becchino a mi disse: “Di tuti quelli che vengono qui a seppellire, solo tu mi piaci”.
Dissi io: “Ne sono molto lieto: ma perché ti piaccio?”.
“Perché”, disse, “gli altri arrivano in lacrime e in lacrime se ne vanno – solo tu arrivi ridendo e ridendo te ne vai”. (p. 69)

IL DIO BUONO E IL DIO CATTIVO p. 79

Il Dio Buono e il Dio cattivo s’incontrano sulla vetta della montagna.
Il Dio Buono disse: “Buon giorno a te, fratello”.
E il Dio Cattivo non rispose.
E il Dio Buono disse: “Sei di cattivo umore oggi”.
“Sì”, disse il Dio Cattivo, “perché in questi ultimi tempi mi hanno spesso scambiato per te, chiamandomi col tuo nome, trattandomi come fossi te, e non lo gradisco affatto”.
E il Dio Buono disse: “Ma anch’io sono stato scambiato per te e chiamato col tuo nome”.
Il Dio Cattivo se ne andò maledicendo la stupidità degli uomini. (p. 79)

SCONFITTA p. 81

Sconfitta, mia Sconfitta, mia solitudine e mio deserto;
mi sei più cara di mille trionfi, e più dolce al mio cuore di interi mondi di gloria.
Sconiffa, mia Sconfitta, conoscenza di me stesso e sfida, per te mi riconosco ancora giovane e dal piede veloce, e non cadrò nella trappola degli allori che appassiscono.
E in te ho trovato la solitudine e la gioia di essere disprezzato e fuggito.
Sconfitta, mia Sconfitta, scintillante spada e scudo, nei tuoi occhi ho letto che salire al trono significa farsi servi, ed essere compresi significa essere ridotti, ed essere afferrati non è altro che giungere a pienezza e cadere come frutti maturi e lasciarsi consumare.
Sconfitta, mia Sconfitta, impudente compagna, tu udrai le mie canzoni e i miei pianti e i miei silenzi, solo tu e nessun altro mi parlerà di battiti d’ali, e di oceani incalzanti, e di montagne che bruciano nella notte, e tu sola salirai la mia ripida anima di roccia.
Sconfitta, mia Sconfitta, mio immortale coraggio, rideremo insieme, tu ed io, con la tempesta, e insieme scaveremo tombe per tutti quelli che muoiono in noi, e ci ergeremo nel sole con un fermo proposito, e saremo pericolosi. (pp. 81-83)

IL FOLLE E LA NOTTE p. 85

“Io sono come te, Notte, buio e nudo; cammino sulla via fiammeggiante che sovrasta i miei sogni a occhi parti, e ogni volta che il mio piede tocca terra s’innalza una quercia gigantesca”.
“No, tu non sei come me, Folle, perché guardi ancora alle tue spalle per vedere quanto grande sia l’impronta che lasci sulla sabbia”.
“Sono come te, Notte, silenzioso e profondo; e nel cuore della mia solitudine giace una Divinità vicina al parto; e in colio che sta nascendpo il Cielo si congiunge all’Ingerno”.
“No, tu non sei come me, Folle, perché ancora tremi di fronte al dolore, e ti atterrisce il canto dell’abisso”.
“Io sono come te, Notte, selvaggio e terribile: le mie orecchie sono colme delle grida di nazioni vinte e di sospiri per terre dimenticate”.
“No, tu non sei come me, Folle, perché prendi ancora come compagno il tuo io piccolo, e del tuo io mostruoso non sai essere amico”.
“Sono come te, Notte, crudele e spaventoso; perché il mio petto è acceso dalle navi che bruciano nel mare, e le mie labbra sono umide del sangue dei guerrieri uccisi.”
“No, tu non sei come me, Folle, perché porti in te ancora il desiderio di un’anima gemella, e non sei ancora diventato legge a te stesso”.
“Io sono come te, Notte, spensierato e allegro; perché l’uomo che indugia alla mia ombra è ubriaco di vino vergine, e la donna che mi segue pecca gioiosamente”.
“No, tu non sei come me, Folle, perché la tua anima è avvolta in sette veli e il tuo cuore non è nella tua mano”.
“io sono come te, Note, paziente e appassionato; perché nel mio petto mille amanti morti sono sepolti in un sudario di baci sfioriti”.
“Va bene, Folle, sei come me? Come me? E sei capace di cavalcare la tempesta come un destriero e afferrare il fulmine come una spada?”
“Simile a te, Notte, come te sono alto e potente, e il mio trono è costruito su cumuli di dèi caduti; e anche davanti a me passano i giorni per baciare l’orlo del mio abito, ma mai per guardare il mio volto”.
“Sei come me, figlio del mio cuore più oscuro? E pensi i miei pensieri indomiti e parli la mia lingua immensa?”
“Sì, noi siamo gemelli, Notte; perché tu riveli lo spazio e io rivelo la mia anima”. (pp. 85-89)

VOLTI p. 91

Ho visto un volto con mille espressioni, e un volto con un’espressione sola come racchiuso in uno stampo.
Ho visto un volto dietro il cui splendore potevo scorgere la bruttezza, ed un volto di cui dovevo sollevare il velo di splendore per contemplarne la bellezza.
Ho visto un viso vecchio profondamente solcato dal nulla ed un viso liscio in cui era incisa ogni cosa.
Io conosco i volti, perché guardo attraverso la trama che i miei stessi occhi intrecciano, e vedo la realtà che è al di sotto. (p. 91)

DISSE UN FILO D’ERBA p. 109
Disse un filo d’erba a una foglia d’autunno: “Fai un tale rumore quando cadi! Disperdi tutti i miei sogni invernali”.
Disse la foglia indignata: “Tu che sei nato in basso e in basso vivi! Piccola cosa senza suono e permalosa! Tu non vivi nelle più alte regioni aeree e non sia distinguere la musica dei canti”.
Poi la sfoglia d’autunno giacque a terra e si addormentò. E quando venne primavera si risvegliò – ed era un filo d’erba.
E quando venne l’autunno e la colse il sonno invernale, e su di lei, per tutta l’aria intorno, presero a cadere le foglie, brontolò tra sé: “Queste foglie d’autunno! Fanno un tale rumore! Disperdono tutti i miei sogni invernali!”. (p. 109)

L’OCCHIO p. 111

Disse un giorno l’Occhio: “Vedo oltre queste valli un monte velato di nebbia azzurra. Non è meraviglioso?”.
L’Orecchio udì, e dopo attimi di attento ascolto, disse: “Ma dove sarebbe la montagna? Io non la sento”.
Allora parlò la mano, e disse: “Io sto cercando invano di percepirla o toccarla, ma non riesco a trovare alcuna montagna”.
E il Naso disse: “Non ci sono monti. Non ne fiuto l’odore”.
Allora l’Occhio si volse dall’altra parte, e gli altri presero a dicutere sulla strana allucinazione dell’Occhio. E dissero: “Deve avere qualcosa che non va”. (p. 111)

I DUE DOTTI p. 113

Vivevano un tempo nell’antica cittàdi Afkar due dotti ognuno dei quali odiava e disprezzava la sapienza dell’altro. Uno di loro, infatti, negava l’esistenza di dèi, mentre l’altro era credente.
Un giorno i due s’incontrarono nella piazza del mercato, e in mezzo ai loro seguaci cominciarono a disputare e ad argomentare sull’esistenza degli dèi. E dopo ore di contesa si separarono.
Quella sera il non credente si recò altempio e, prostrandosi davanti all’altare, pregò gli dèi di perdonare il suo passato ribelle.
E in quella stessa ora l’altro dotto, quello che sosteneva gli dèi, bruciò i suoi libri sacri. Era infatti diventato miscredente. (p. 113)

L’articolo KAHLIL GIBRAN – IL FOLLE. RACCONTI E PARABOLE [THE MADMAN] proviene da Blog di Stefano Fiorucci.

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